Yosemite e la “golden age”

HALF DOME

MOUNTAIN PROFIL / part II°

 

 

Il momento dei preparativi a Camp 4

III.  CAMP 4

Non si può capire fino in fondo la storia di questi luoghi senza parlare del tempio del benessere e della nullafacenza che era Camp 4. Da anni Yosemite era diventato un posto per turisti, che venivano a flotte dalle città per rinunciare ai comfort della vita quotidiana. E lo facevano in un modo discutibile – almeno agli occhi degli arrampicatori – cioè muniti di caravan all’ultimo grido, sedie, tavoli, barbecue e con la presunzione di voler vivere temporaneamente “nella natura” avendo dei girovita piuttosto imponenti. Turisti che visitavano il parco accontentandosi di guardare le pareti, le foreste, i fiumi e le cascate… No, certamente non era roba da alpinisti!
Poi, come un fulmine a ciel sereno, al tempo delle prime ascensioni (negli anni 50 e 60), vennero i primi discepoli della golden age che trovarono in una stupenda foresta di abeti e sassi la loro “foresta di Sherwood” naturale. Vivevano sotto i massi e andavano in giro bevendo, urlando e scorreggiando. Un modo di vivere libero che però non era tollerato dai turisti ingessati che credevano di avere la precedenza in un mondo fatto invece per chi osa volare.

Chiodi di ogni genere sono pronti per una nuova avventura

Arrampicatori di tutta l’America venivano in Yosemite quasi con lo stesso spirito con cui i musulmani sentono l’attrazione religiosa per La Mecca. Per i climber di Camp 4 qualsiasi tipo di lavoro non era contemplato, ed era perfino vietato parlarne! Gironzolavano per la foresta come un’orda di barbari, bevendo, fumando e correndo dietro alle donne. L’unica preoccupazione (oltre all’arrampicare) era trovare il modo per stare in Yosemite più a lungo possibile, riducendo quindi le spese e raccattando cibo ai limiti della commestibilità. Chouinard oggi racconta che non era raro andare a ritirare le scatolette scadute nei supermercati di città e vivere di quello (a volte pure con cibi per animali domestici). Immancabili erano la birra e i superalcolici, per i quali invece i soldi spuntavano sempre all’improvviso e nel momento del bisogno.
Ma Camp 4 era anche qualcosa di spirituale, perché in quel luogo i ragazzi vivevano in pace con se stessi, lontani dalle comodità e in pace col mondo. E anche se spesso prendevano delle sonore bastonate dalle pareti che ambivano, avevano la possibilità di guardare dentro loro stessi e di affrontare la paura, superare i momenti difficili e maturare la capacità di mantenersi calmi qualsiasi cosa accadesse. In poche parole: Camp 4 era un modo di vivere. L’imperativo era divertirsi, e in totale relax! Infine, quasi per caso, la soluzione al tallone d’Achille per risolvere l’ultimo ostacolo per il raggiungimento del Nirvana, venne inaspettatamente dal settore farmaceutico. Nel 1960 si iniziò a vociferare di una magica pillola anticoncezionale. Nel mondo intero questo causò scalpore, soprattutto nelle file dei ferventi cattolici, ma tra i climber di Yosemite si attese la sua entrata in commercio come una silenziosa tifoseria pronta a esplodere. Cosa che avvenne pochi anni dopo.
Ora che tutto era predisposto per il benessere dei climber e per la loro tranquillità – che avrebbe portato (secondo alcuni) benefici indiretti anche sulle pareti – Camp 4 divenne un piccolo paradiso ambito da molti, e pronto alla rivoluzione.
Era ovvio che vagare in quel modo per Camp 4 avrebbe in qualche modo urtato anche i rangers, oltre ai turisti. Così, in quel periodo si inaugurò una bella gara a guardie e ladri che dura ancora oggi, con quel senso di prurito per le guardie che accomuna i climber di ogni generazione.

 

Yvon Chouinard, il fondatore del noto marchio Patagonia

 

Ma non poteva esserci evoluzione senza l’avvento di alcune tecnologie. Tra le fila dei nuovi “giocattoli” comparvero principalmente i rurp (un “ridicolo frammento di acciaio” per le fessure più corte e sottili), i Bong (grossi chiodi per le fessure più larghe), gli Jumar (maniglie autobloccanti per risalire le corde), il sacco da recupero e infine la lunghezza delle corde, da 40 metri portata d’ufficio a 50 senza trovare resistenze da parte di nessuno. Naturalmente anche da 50 metri ben presto iniziarono ad essere un po’ corte…
Nel 1960 c’è chi tra i climber tentò di dare delle regole. Fu l’accoppiata Yvon Chouinard e Tom Frost, che già dava segni d’inventiva e imprenditoria ideando nuovi chiodi, realizzando zaini e tessuti più resistenti, per poi rivenderli. Il 27 gennaio di quell’anno i climber di Camp 4 (che per l’inverno se ne tornavano tutti a casa) ricevettero una lettera non firmata e senza mittente che dava notizia della nascita formale dello Yosemite Climbing Club. Ovviamente tutti capirono che c’era lo zampino di Chouinard, anche perché a quel tempo era l’unico con la giusta dose di presunzione e capacità per farlo. Questo pezzo di carta invitava i destinatari a unirsi a loro, ma quello che forse gli ideatori non avevano ancora capito, era che chi si aggirava in Yosemite non ne voleva sapere di regole da rispettare. Robbins, Pratt e Roper non si degnarono nemmeno di rispondere! Come spiegò Roper anni dopo: «I ribelli non amavano l’autorità, le commissioni, le regole. Avevamo sperato tutta la vita di sfuggire a queste cose». La prima riunione – la “Costituente” – tanto ambita da chi scrisse la lettera d’invito, non venne mai celebrata e l’YCC non vide mai la luce.

 

Chouinard a Camp 4 con John Salathé, in una delle sue ultime comparse in Yosemite

 

Prima di allora fu già tentato qualcosa di simile proprio da Royal Robbins, scrivendo delle regole che sarebbero state il “monumento” per chiunque volesse aprire vie nuove in Yosemite. Tra queste c’era il non utilizzo di corde fisse e pure il divieto di usare chiodi a espansione oltre una certa percentuale (questa percentuale divenne infatti il nuovo metro di misura per distinguere le vie “fuffa” dalle vie “vere”), ma visto che Harding e i suoi seguaci le usarono per deridere i sostenitori di Robbins nei lunghi anni a venire, era già chiaro che in quel luogo ogni tentativo di proporre o imporre regole era una causa persa in partenza!

 

Sull’Half Dome. Royal e Liz. Da quel giorno sull’Half Dome, per lei diventerà un’abitudine aspettare Robbins in cima alle pareti

 

 

IV.  FINE DELLA CORSA?

In quel regno di pace e relax furono compiute molte delle grandi ascensioni della golden age di Yosemite. Sull’Half Dome – nel 1963 e nel 1969 – Royal Robbins aprì altre due vie grandiose. La prima, la diretta nel centro della parete nord-ovest e la via “Tis-sa-ack”, alla sua estrema destra.
La prima fu risolta con l’ausilio di ben 295 chiodi, con l’utilizzo dei rurp e il fifi hook (il primo cliff della storia) e con soli 10 chiodi a espansione in 650 metri. Una via grandiosa!
Ogni cosa in Yosemite aveva dei retroscena, e in questo caso era che Robbins e il compagno McCracken erano riusciti nell’impresa fregandosene del diritto di “prelazione” di un’atra cordata che ne stava tentando la salita, macchiandosi di quello che fu definito il primo “furto di una via nuova in Yosemite”.
Anche la via “Tis-sa-ack” non è esente da un retroscena curioso. Robbins, ormai al termine dei suoi anni d’oro, si scontrò con le sue stesse regole e invitò il primo arrampicatore disponibile a Camp 4 a seguirlo per la via nuova, lui che ha sempre fatto una selezione ferrea sui suoi compagni di cordata. Dopo un solo giorno sulla parete i due capirono di avere un carattere opposto e di detestarsi. Per tutti i giorni della salita i due non si parlarono e la via passò alla storia come la prima via aperta da due nemici. Ma fu anche un segnale della conclusione di una carriera, perché Robbins “osò” raggiungere la percentuale del 25% di chiodi a espansione utilizzati per la salita, sforando di molto il suo personale livello di purezza. Inutile dire che fu accusato d’ipocrisia per molti anni a venire, anche se sottovoce per via del grande rispetto che il mondo alpinistico aveva di lui. Ma era anche il segno evidente che coi materiali di allora era stato fatto tutto il possibile. Per andare avanti serviva una spinta, e anche questa volta sarebbe arrivata dalla tecnologia.

Warren Harding – l’uomo d’acciaio di Yosemite

 

I due protagonisti della golden age non finirono certo in un ospizio, ma continuarono ad arrampicare per piacere e su vie più semplici, passando definitivamente il testimone ai giovani guerrieri. Robbins si dedicò all’imprenditoria aprendo un’azienda di successo nel ramo dell’abbigliamento outdoor, e continuò a sostenere le sue idee di scalata pulita. Oggi vive a Modesto, in California, con la moglie Liz. Si conobbero a Camp 4 alla fine degli anni 50, lui aveva 22 anni e prima di incontrare Liz era già sposato e separato. Anche in questo fu un recordman…
Warren Harding si ritirò dal mondo delle big wall e passò molto del suo tempo nella veranda di casa sua, con la madre. Senza mai rinunciare a bere. Morì nel 2002 all’età di 80 anni, abbattendo ogni pronostico sul fatto che sarebbe scomparso per coma etilico senza superare i 40. Si sbagliarono di grosso. Fu l’uomo d’acciaio di Yosemite!
La rivalità tra i due terminò nel 1970, con la salita alla Dawn Wall su El Capitan da parte di Harding. Fu considerata la più dura ascensione d’America. Robbins andò a ripetere la via subito dopo la prima salita, con scalpello alla mano. Una pratica che in Yosemite assunse i connotati di una “guerra santa” contro i chiodi a espansione. Eppure dopo aver salito qualche lunghezza di corda e dopo qualche martellata purificatrice, Robbins iniziò a guardarsi attorno, rimanendo affascinato dall’ambiente grandioso in cui si trovava. Non poté far altro che accettare che Harding era in realtà uno scalatore eccezionale, con una tenacia e un’esperienza fuori dal comune, e che per questo esigeva rispetto. Smise di togliere i chiodi e proseguì la scalata fino alla cima. Per Robbins fu un bagno di umiltà. E di colpo l’eterna lotta tra i due finì.

 

Warren Harding e Royal Robbins negli anni 80. Una dimostrazione che un passo indietro per entrambi ha fatto bene alla salute!

Camp 4 continuò a essere un luogo straordinario, un mix tra un santuario e un luogo di perdizione.
Stava iniziando l’epoca dei figli dei fiori, del Vietnam, della rivoluzione culturale giovanile. Ovviamente, un luogo come Camp 4 fu preso d’assalto da tutti e divenne perfino meta prediletta per raduni hippy, rendendo incandescente la “pacifica” convivenza dei climber coi rangers, che fino ad allora avevano chiuso un occhio compiendo solo qualche retata soft. L’icona di Kerouac ormai era stata sostituita da esseri più “cazzuti” come Jimi Hendrix e i Beatles. I nuovi protagonisti si erano riuniti a chioccia attorno al leader Jim Bridwell, che in quell’epoca di transizione risultava essere l’unico ad aver scalato coi “grandi” della golden age, garantendo un senso di continuità. Lo stile era sempre il solito: benessere totale, no soldi e no cibo, allergia alle regole.
Ma l’asticella delle difficoltà si stava alzando. Gli hippy e l’esistenzialismo avevano contribuito all’arrivo in Yosemite di droghe più pesanti della classica marjuana, e molti non nascosero di averne fatto uso (a volte anche in parete).
Per un provvidenziale colpo di fortuna, nell’inverno 1977 precipitò un aereo sulle alture di Yosemite proveniente dalla Colombia. Gli arrampicatori – che erano naturalmente gli unici a poter raggiungere il velivolo – lo trovarono stracolmo di marjuana. Era logico quindi aspettarsi una carovana di climber famelici che facevano la spola tra l’altopiano e Camp 4, una cosa che durò mesi e mesi, visto che il rapporto tra le dimensioni di un classico aereo da turismo (e quindi il suo cospicuo contenuto) e i pretendenti fumatori giocava spudoratamente a loro favore. Com’era da aspettarsi, i rangers vennero a sapere l’esatta ubicazione dell’aereo solo a primavera, quando nel velivolo non c’era più neanche una foglia! I “commensali” del gradito banchetto, da parte loro confessarono l’accaduto solo quando raggiunsero l’età in cui non si finiva più in galera per reati simili.
Quell’aereo fu una manna dal cielo. Una cosa che portò molti di loro a credere in Dio (o quasi), ma che – toni satirici a parte – guidò alcuni verso una vera e propria fortuna. Oggi è ancora vietato dirlo e lo sarà per molto tempo ancora (almeno fin quando i protagonisti sono ancora in vita), ma in Yosemite vige la leggenda che certi personaggi, dall’estremo stato di povertà in cui riversavano, l’anno seguente all’incidente diventarono proprietari di alberghi, fondatori di aziende e conducenti di auto di lusso…
Ma a parte questo curioso episodio, sulla cui “falsa” riga John Long scrisse il copione del film che poi diventò Cliffhanger con Silvester Stallone – nel quale la marjuana venne sostituita da tre valigie piene di soldi – in valle il nuovo che avanza esigeva nuovi “giocattoli”. Comparvero i nut, e poi i cams (oggi chiamati friend) e infine gli sky hook.
La valle era in fermento. Nuovi attori si stavano preparando a una nuova era, e si accingevano a salire le grandi pareti affidati a dei ganci traballanti, sospesi tra le nuvole.
Ma questa è un’altra storia… forse ancora più adrenalinica e probabilmente  più allucinogena.

 

Un giovanissimo Jim Bridwel a Camp 4, che ha rappresentato il collegamento tra i protagonisti della “golden age” di Yosemite con la nuova generazione

 

 

 

 

 

 

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2018-05-17T19:24:14+00:00