L’INVIOLATO KIRIS PEAK

Maurizio Giordani racconta l’apertura di Water world sul Kiris Peak in Pakistan

 

Il ritorno, con i miei nuovi compagni di viaggio, sui verdi prati delle fate di Fairy Meadows, ai piedi delle propaggini settentrionali del Nanga Parbat, è segnato da una punta di malinconica nostalgia. Là davanti l’immensa mole del versante Rajkot sembra immutata ma sono passati ormai quasi 15 anni da allora e lo scorrere del tempo, se impercettibile davanti ad una grande montagna, non altrettanto lo è davanti alla consapevolezza dell’esistenza della grande clessidra, che attimo dopo attimo perde granelli di sabbia, riducendo inesorabilmente quelli che rimangono ancora da scorrere. In passato, molte volte sono partito per una nuova avventura con le stesse premesse… una valle inesplorata in un lontano paese esotico, una montagna non ancora salita, una difficile parete di roccia da scalare, vecchi e nuovi compagni di spedizione con i quali condividere esperienze. Tutto già sperimentato in fondo, decine di volte, così tante che c’è da chiedersi come mai ancora una volta la spinta, il richiamo abbia vinto, come se il tempo alle spalle non esistesse, lasciando spazio solo all’entusiasmo dell’agire.

Tutto questo l’ho sempre tradotto in un’unica parola: PASSIONE, vera, solida, ferrea, imperturbabile, che nemmeno l’inesorabile scorrere dei granelli di sabbia dalla clessidra è riuscito fino ad oggi a scalfire…

Ghulam Muhammad, vecchio amico pakistano e organizzatore di molti dei miei viaggi in Baltistan, conoscendo i miei gusti in fatto di obiettivi alpinistici, mi invia la foto di una bella parete di granito grigio praticamente sconosciuta, stuzzicando la mia curiosità. Con Google Earth cerco di capire dove sia collocata all’interno dell’infinita area geografica del Karakorum scoprendo che potrebbe essere quella montagna a est di Skardu che in lontananza avevo notato molte volte in passato, nelle limpide giornate passate in attesa della partenza verso le montagne o del ritorno verso casa. Una montagna dall’aspetto dolomitico, imponente nella forma che subito aveva attratto il mio sguardo. Kiris Peak la chiama Ghulam, e insiste su “unclimbed”… mai salita. In fondo sembra un obiettivo facilmente accessibile, lontano dai grandi ghiacciai, premessa di una scalata senza grandi problemi logistici e senza grosse difficoltà ambientali quindi propongo il progetto a Manrico Dell’Agnola, conoscendo la sua repulsione verso fatiche esagerate. L’interesse c’è ma un banale incidente in parete con Carlo Pedrini mentre scaliamo a Mallos de Riglos in Spagna compromette la stagione e tutto va rimandato di un anno.

 

 

Con Manrico mi ritrovo in Giordania, la primavera successiva, a scalare nuove vie su un inaffidabile arenaria, e nel gruppo abbiamo anche Luca Schiera che ci racconta di un suo recente viaggio in Pakistan dove ha scalato una parete all’inizio di una valle non conosciuta alpinisticamente e dove, nel corso di una sua esplorazione, ha fotografato una grande Big Wall ancora da salire… Inutile dire che la foto che ci mostra è praticamente la stessa inviatami l’anno prima da Ghulam e questo non fa che rafforzare il mio interesse verso un obiettivo ormai non più tanto sconosciuto. A dire il vero il mio interesse verso montagne e pareti non ancora salite delle valli del Karakorum orientale risale a tempi lontani e molti sono i progetti custoditi nel cassetto, pronti per essere tirati in gioco nel momento in cui si presenti l’occasione. Il problema principale da superare per mirare a tali obiettivi è ottenere dai militari il permesso di accesso alle aree ristrette. Una assurda guerra di confine fra Pakistan e India che persevera lungo una utopica linea di confine, non ancora definita, da alcune decine di anni, oltre a sperperare molte vite umane e ingentissime risorse economiche, rende inaccessibili alcune delle zone di montagna più interessanti di tutta la catena, precludendo la possibilità agli alpinisti di scalare e alle popolazioni locali di sfruttare l’opportunità di lavoro data dagli stessi alpinisti. Più e più volte Ghulam tenta di ottenere un lasciapassare per accedere alla valle di Kondus dove ho individuato una sconosciuta torre di granito più che invitante, ma i militari sono irremovibili nei loro bellicosi intenti e volente o nolente devo ripiegare su altro. Il gruppo è già formato dal passaparola… Manrico e sua moglie “Lella”, Massimo Faletti, Cristiano Marinello, Andrea Peron. Non manca certo mia moglie Nancy, al suo quarto viaggio in Pakistan. Siamo in sette. Trascinato dall’entusiasmo e dalla possibilità di un prolungato spazio di tempo libero, programmo un doppio “trip”…

Nella zona glaciale dello Snow Lake, punto di congiunzione dei due immensi ghiacciai Biafo e Hispar, vi è un passo di accesso, il Soha-La, considerato non percorribile con i portatori, valicato nella storia solo un paio di volte, nessuna delle quali negli ultimi venti anni. Ghulam mi propone la possibilità di tentare l’attraversamento prima di dirigere l’attenzione alla scalata del Kiris Peak, così propongo l’avventura a quattro altri amici, Giorgio Zeni, Luisa Boscheri, Andrea Marchel e Nadia Pezzini. Con Nancy siamo in sei.

Dal villaggio di Bisil la valle di accesso, la Kushusum Lungma, si inerpica ripida verso nord prima di giungere agli alpeggi estivi di Dobadas, dove la pendenza cede. Oltre solo ghiaccio e roccia, lungo il ghiacciaio di Soha. Con Nancy sono già stato in quest’area quando abbiamo salito Io Spantik, lungo il ghiacciaio di Chogo Lungma, verso ovest, ma in questo caso la direzione di marcia è quasi opposta, verso i grandi 7000 del Biafo, Ogre e Latok, dove l’impianto glaciale è uno dei più estesi della terra.

Prima del passo l’ambiente cambia aspetto… il campo è su ghiacciaio, non più su morena dove il terreno è gradevole, e il clima si fa rigido. Camminiamo legati, con quattro portatori al seguito, per una ricognizione che si trasforma in puntata al punto più alto, che raggiungiamo dopo molte ore di faticoso cammino lungo pendii ripidi e pericolosi per la possibilità di caduta di grossi seracchi. Nevischia, e il meteo non ci aiuta. Visibilità scarsa. Raggiunto il Soha-La, a quota 5414 metri, constatiamo l’impossibilità di proseguire. Sull’altro lato il versante precipita per oltre 300 metri quasi verticale; lo spessore della neve fresca è preoccupante, parecchi metri che potrebbero caderci addosso, una volta iniziata la discesa. Mi calo per una cinquantina di metri per una ulteriore verifica ma non mi convinco. Scendere oltre sarebbe un azzardo anche per noi, di più per i portatori senza adeguata attrezzatura, attaccati a delle precarie corde che dobbiamo fissare… rischiare più di così non vale la pena. Al di là, nella bianca foschia del nevischio, l’immenso ambiente glaciale dell’altro Biafo che ricordo vagamente per esserci passato una decina di anni fa durante la nostra traversata del Biafo-Hispar, si perde all’orizzonte. La decisione è ovvia e naturale. Si torna indietro. Nessun rammarico. Il giorno successivo nevica in abbondanza e così sarà per oltre una settimana. Il meteo non concede nessuna possibilità e fin quando i nostri primi quattro amici non iniziano il loro viaggio di rientro in Italia tutto si blocca nell’attesa del bel tempo.

Goro Valley. Io e Nancy siamo al campo base già da qualche giorno quando i nuovi cinque componenti della spedizione arrivano agguerriti. Il loro rocambolesco viaggio di avvicinamento lungo la Karakorum Highway, durato venticinque volte il nostro comodo in aereo di un’ora ha dato loro un assaggio degli imprevisti che in queste terre sono all’ordine del giorno. Ho già studiato la parete del Kiris Peak, salendo non Nancy una comoda vetta di 4900 metri proprio davanti, che abbiamo chiamato “Besenello Peak”, ma i nostri amici devono acclimatarsi così propongo una puntata alla cima di neve più alta nella valle, lo Snow Peak, come chiamiamo questa vetta di 5500 metri raggiunta dopo 8 ore di faticosa camminata prima su morena, poi su neve, dai tre che dimostrano maggior resistenza e acclimatamento, io, Nancy e Massimo. Tutte le vette di questa vasta area non sono mai state “toccate” dall’alpinismo e rivivo con entusiasmo l’esperienza di appoggiare i ramponi, gli scarponi o le scarpette d’arrampicata dove mai nessun essere umano l’ha fatto prima.

 

 

Da qualche giorno il tempo è migliorato e sembra stabilizzato sul bello. È tempo di toccare roccia. Saliamo in cinque (le donne osservano dal basso) i primi due tiri di corda e questo mi aiuta a darmi un’idea precisa della situazione. Abbiamo di fronte un vero Big Wall di oltre 700 metri di altezza. Un duro granito levigato, verticale, compatto, molto difficile da scalare e l’imprevisto prevedibile… cascate d’acqua dovunque. La molta neve in alto, sulla calotta sommitale, e il calore del sole, forte nelle ore centrali del giorno, fanno si che subito dopo l’alba (la parete è esposta a nord-est e riceve il sole fino poco dopo mezzogiorno) inizi dall’alto un preoccupante stillicidio che ora dopo ora si trasforma in vera e propria cascata d’acqua lungo ogni fessura, diedro, parete esposta. L’itinerario di salita individuato, il più logico e possibile, segue una linea riparata di sequenze percorribili, sotto grossi strapiombo, ma in alto l’incognita è grande mentre in basso… anche. Un “Rest Day” è d’obbligo prima del tentativo decisivo, quindi si parte prima dell’alba, io, Massimo e Manrico, per cercare di salire il più in alto possibile. Abbiamo alcune corde da fissare nella parte iniziale dove non vi sono comodi posti da bivacco, e non ci mancano i friends, i chiodi, gli spit da utilizzare nel bisogno. Un’altra giornata è spesa nel cercare di superare alcuni muri verticali prima di scendere alla base per bivaccare nella tendina del campo avanzato sul ghiacciaio. Al mattino del giorno successivo Manrico lamenta mal di testa da mancato acclimatamento; oramai da una settimana il tempo è bello stabile… non possiamo chiedere troppo alla dea bendata e sperare che continui così ad oltranza. Dobbiamo sfruttare l’opportunità. Partiamo io e Massimo, decisi a salire fino in vetta, e dopo due bivacchi in parete per superare la parte di roccia più impegnativa, un indovinato, lungo traverso, alcuni tiri di misto, altrettanti tiri su ripida neve oltre i 60 gradi, siamo in cima. Quota 5428 metri. Difficoltà superate… tante e alte, in oltre 1000 metri di via. Dalla vetta, bifida perché formata da due cime equivalenti distanti fra loro un centinaio di metri, il panorama è uno spettacolo unico e irripetibile. Grazie all’aria limpida di una giornata ideale abbiamo davanti a noi il Nanga Parbat, il K2, il Broad Peak, il Masherbrum, il K6, il K7 e centinaia di altre cime senza nome, senza storia alpinistica, possibili piccoli, grandi obiettivi per chi, come noi, vorrà in futuro costruirsi una piccola, grande esperienza di vera, genuina avventura tra queste alte montagne, per gran parte ancora inesplorate.

di Maurizio Giordani

 

2018-09-29T08:44:40+00:00