60 ANNI DI “THE NOSE” parte I

Il Nose… di sicuro non ha bisogno di presentazioni, anzi per molti questa è la via più famosa al mondo!

E’ il sogno di quasi tutti gli scalatori, salire quei 900 metri di liscio granito solcato da quelle famigerate fessure dello Yosemite che tentano in tutti i modi di “sputarti” fuori.

Ogni anno sono a migliaia a tentare questa incredibile big wall, ma solo il 60% delle cordate riesce a raggiungere il famoso albero in cima alla via! Non serve solo tanto materiale e preparazione fisica, la dote fondamentale su una parete del genere è l’efficienza. Bisogna essere veloci, non solo a salire i tiri ma anche a ripulirli per non parlare del recupero  dei pesanti sacchi. Come ha scritto C.McNamara nel suo famoso libro “How to big wall climb”: “Gli scalatori si buttano su The Nose senza abbastanza pratica, su una via di 10 tiri puoi permetterti di fare qualche errore ma riesci comunque a raggiungere la cima; su una via di 30 tiri tutti quei piccoli tentennamenti e errori fanno si che tu e il tuo compagno siate costretti ad abbandonare”.

Ora che sappiamo che con tutti i mezzi moderni ben il 40% delle cordate è costretta ad un dietrofront, mettiamoci ora nei panni dei primi salitori di The Nose, di quei quattro pionieri della valley che senza friend, carrucole e jumar sono riusciti in un’impresa ritenuta fino a quel momento impossibile.

La prima salita

“Mentre martellavo l’ultimo chiodo e barcollavo verso la cima, per me non era affatto chiaro chi era il conquistatore e chi era il conquistato. Ricordo che El Cap sembrava essere in condizioni molto migliori di me.” W.Harding

Era il 12 novembre 1958 quando Warren Harding, Wayne Merry, George Whitmore e Rich Calderwood riuscirono a salire quel monolite di granito che domina la valle dello Yosemite. 45 giorni tra il 1957 e 1958 di fatica e sofferenza, migliaia di metri risaliti solo con nodi a frizione e solo chiodi come protezioni. Una dedizione verso questa scalata fuori dal normale, esemplificata al meglio dal loro ultimo “sprint” notturno verso la cima durato ben  14 ore!

 

 

Quello che segue è il racconto di John Long sull’impresa di Harding&Co:

Le giornate autunnali erano fredde e brevi, e gli scalatori Warren Harding, Wayne Merry, George Whitmore e Rich Calderwood erano a breve distanza dalla cima di El Capitan. Solo un ultimo ostacolo, la strapiombante e liscia headwall, li separava dal successo sulla più imponente parete di roccia negli Stati Uniti .

I quattro erano sulla via da 11 giorni, due volte il tempo che un qualsiasi americano aveva mai speso per una scalata. Avevano affrontato ostacoli a cui nessun alpinista prima si era dovuto scontrare: enormi pendoli per evitare parti in scalabili di parete, chiodi martellati in fragile scaglie pronte a saltare via da un momento all’altro e issato pesantissimi sacchi con cibo e acqua per giorni e giorni.

Al tramonto, con la vetta a portata di mano, Harding si mise in testa la frontale e cominciò la sua progressione; lento ma inesorabile, piazzando un chiodo a espansione dopo l’altro (l’unico modo per superare la temibile headwall). Una maratona durata  14 ore!

Finalmente, alle 6 del mattino, con i primi raggi di sole che colpivano la corda, Harding piazzò il ventottesimo e ultimo chiodo prima di raggiungere la cima. La prima salita di The Nose, la più celebre e ambita scalata del mondo, era finalmente stata fatta.

 

 

The Nose in giornata (NIAD)

 

Lunedì 26 maggio 1975, Billy Westbay, John Long e John Bridwell si presentaro a camp four alle due del mattino. Mangiarono omelette e fagioli, sistemarono l’attrezzatura e nell’oscurità si incamminarono verso la base di The Nose. Bridwell aveva pianificato tutti nei minimi dettagli, dividendo la scalata in tre blocchi: i primi 17 tiri che per lo più si potevano scalare in libera spettavano a Long, i tiri centrali fino a camp V erano di Westbay e lo sprint finale fino alla cima toccava a lui.

 

 

Alle 4 di mattina con in testa le frontali, Long prese il comando e iniziò a salire il suo blocco di tiri. Una lunga corsa verso il Boot Flake, mentre Westbay e Bridwell lo assicuravano e ripulivano i tiri salendo la corda con le jumar. Poco prima delle 8 di mattina Long raggiunse la cima del Boot Flake, si assicurò ad una sosta a cinque punti e diede un bacio alla roccia. Il suo turno da capocordata era terminato.

Dopo i primi  17 tiri, Westbay prese il comando per scalare gli otto tiri successivi con i loro complicati pendoli . Westbay in seguito scrisse nel suo articolo Team Machine: “I tiri volavano via lisci uno dopo l’altro, avevamo raggiunto camp 4 alle 11, sembrava che nulla ci potesse fermare. Eravamo fiduciosi, perciò decidemmo di disfarci del materiale da bivacco che avevamo portato con noi.” Dopo aver preso fiato e fumato tutti insieme una sigaretta, Billy ricominciò a scalare, raggiungendo il Campo V alle 1:15 del pomeriggio. Il team era provato dalla scalata in velocità e dalla risalita con le jumar, ma mancavano solamente 200 metri alla vetta.

L’ultimo blocco tocca a Jim Bridwell, The Bird. Rapidamente raggiunse camp VI, ma sui tiri successivi salì più lentamente costretto a piantare molti chiodi per via delle poche protezioni fisse trovate sui tiri. Westbay ricorda: “Tutti noi eravamo stanchi e nervosi, il che cominciò a commettere errori e creare inutili problemi. Una corda si impiglò dietro una scaglia e, invece di scendere in corda doppia, mi ricordo che la liberai con frenesia a furia strappi e bestemmie. “Dopo questo ultimo intoppo, i tre climbers raggiunsero finalmente la cima di El Cap attorno alle 7 di sera, 15 ore dopo aver lasciato la base della parete.

Un evento memorabile per la storia di Yosemite e della scalata in generale, la prima salita in giornata della via più famosa del mondo e un punto di riferimento per l’arrampicata degli anni ’70.

Non ci sentivamo dei conquistatori, ma degli ospiti onorati in un santuario. Ho continuato ad avere molte avventure, e ho dimenticato metà di loro, ma mai la fratellanza e il timore reverenziale che ho vissuto scalando El Cap in un giorno con Jim e Billy.

Il Nose in ha day ha frantumato un’ultima barriera psicologica. Dopo questa nostra impresa, il pensiero cambiò radicalmente… se puoi sognare un obiettivo, lo puoi realiozzare! Un mind set che ha innlalzato la barra della scalata in Yosemite ad altezze inimmaginabili nel 1975. – John Long

 

 

2018-11-15T12:50:20+00:00