LURKING FEAR: LA PAURA IN AGGUATO

Maximiliano Piazza ci racconta il suo viaggio nella mecca mondiale delle big wall: la Yosemite valley. Un mese di scalata tra passato tra grandi pareti, tiri storici e incontri che lasciano il segno…

Lurking fear: breve storia di sei ragazzi e della loro avventura in Yosemite

 

Tanto per iniziare presentiamo la vera protagonista di questo racconto: “la via”. Lurking Fear, classe 1976, residente in Yosemite Valley, El Capitan per la precisione, 40 minuti a piedi ad Ovest di quell’altro pezzo di storia quale “The Nose”. Figlia di Dave e Phill Bircheff e Jim Pettigrew. Oggi all’anagrafe risulta, se affrontata in artificiale, come una delle vie più facili del Capitan (VI) altra storia se si decide di percorrerla in libera (8a+), impresa riuscita finora solo alla cordata Caldwell-Rodden nel giugno del 2000.

Destino vuole che noi sei siamo giunti fin qui proprio per replicare questa intrepida impresa e percorrere le 19 lunghezze della suddetta signora in puro stile free climbing. Proprio vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare o come in questo caso un oceano.

Il nostro team è ciò che di più variegato vi possa essere, creatosi quasi per caso e cresciuto di sera in sera parlando tra amici. C’è mancato poco che ci portassimo appresso pure il cuoco nonché addetto alla cambusa e alla logistica di terra.

Ma procediamo con ordine e presentiamoci per anzianità:

 Silvano, classe 1958, padre del capospedizione, l’unico la cui nascita è antecedente a quella della via. Co-ideatore del progetto, colui che le montagne le faceva crollare sotto lo scoppio delle sue mine, stoico e sempre forte nonostante il passare degli anni, la sua esperienza sarà fondamentale per tutto il gruppo.

 Il “Doc”, classe 1981, ortopedico di fama mondiale, uomo dalla dieta equilibrata tra birre e cibo pronto, alla sua seconda esperienza in questa valle. La sua missione? Convincere tutte le cordate transitanti sulla via che calarsi sulle nostre fisse sarebbe stata scelta migliore piuttosto che proseguire verso l’alto, il problema è che cercava di convincere anche noi. A lui e Luca il compito di attrezzare e scalare gli ultimi tiri.

 Io, Max, classe 1988, prima volta in Yosemite. Nonostante arrivassi da un periodo di buona forma prima di attraversare l’oceano mi son dato un gran da fare tra tiri tosti e fessure di vario genere. Non a caso spettava a me e Giga sbattere la faccia sui tiri più ostici, meglio non farsi cogliere impreparati. Mio obiettivo del viaggio: incontro ravvicinato con l’orso; son tornato a casa quindi, inutile dirlo, obiettivo mancato.

 Luca, classe 1989, prima volta anche per lui qui nel tempio. Lui davvero qui per caso, arrivato con Eugenio (il suo saccone nuovo di pacca) direttamente dagli alpeggi trentini dove ha trascorso mungendo mucche i due mesi prima della partenza. Perché allenarti quando puoi fare il formaggio?! Ad imperitura memoria la prima frase pronunciata ai piedi del Capitan: “Ah ok quindi queste sono delle Jumar? Come si usano?” Attrezzerà e libererà i tiri alti insieme al Doc, scalerà in libera fino al 7b+, per un soffio non saliva flash “Separate Reality” e risulterà di vitale importanza per la riuscita di questa avventura verticale…e scusate se è poco!!!

 Michi, classe 1991, seconda volta in Yosemite, seconda volta sulla testa del Capitano. A lui toccheranno i “tiri di mezzo”, un mondo di granito da scalare, attrezzare e liberare. Grande esperto e conoscitore del miglior cibo spazzatura di tutta la Valle, il più motivato ed ottimista sulla riuscita dell’impresa. L’unico del gruppo a salire con disinvoltura sia “Alien Roof” che “Separate Reality”. Cercherà di uccidere il povero Max cadendogli sul collo in quel di Bishop, dove si sa, i blocchi non son proprio bassi.

 Ed infine il Giga!!! Classe 1993, il capospedizione, prima volta in Yosemite ma poco importa, si è già scalato mezzo mondo e le big walls, come avremmo poi scoperto, sono il suo pane. Ideatore dell’impresa, ideatore della logistica, ideatore della strategia in parete, issatore di sacconi (a mano e forza di braccia alla faccia del paranco del Doc), colui che ha fornito materiali, colui che non ha dovuto montare un portaledge in palestra indoor per essere sicuro di saperlo rifare in parete. Se ancora non si fosse capito senza di lui non saremmo andati tanto lontano, al più saremmo arrivati a Malpensa. Il suo compito? Come già detto, con Max a lavorarsi i tiri più caparbi, quelli che avevano già respinto nomi di tutto rispetto. Sarà così che con “grande armonia” porterà a casa un estenuante diedro fessurato di 5.13a.

 

 

Ma ora veniamo a parlare un po’ di questa avventura…

Settembre, le settimane passavano e l’agitazione saliva, gli ultimi giorni a ridosso della partenza non sono stati facili: l’ASA (ndr la palestra in cui lavoriamo) in riorganizzazione, i recupero crediti dell’ultimo minuto, la conta del materiale e l’organizzazione dei sacconi, l’essere poi sparsi tra Milano e la Valchiavenna passando per il Trentino non facilitavano le cose…avremmo voluto giornate da 72 ore.

Saremmo dovuti arrivare in Yosemite per dipanare la tensione, per poi prontamente trasformarla in un timore reverenziale non appena messe le mani sulla parete da scalare. Gli ultimi dieci anni della mia vita passati a scalare, migliaia di tiri fatti e provati, una distesa infinita di sassi, sassetti e sassoni saliti, rimontati e pure ripuliti, ore giorni settimane attaccato a pezzi di resina colorata, poi ancora vie dure, vie trad, gradi di tutto rispetto, vie in montagna e vie al mare, ed ora mi trovo qua, scarpette ai piedi e mani pucciate nel sacchetto della magnesite, un trauma. Per me scalare qua, un trauma! Scordatevi tutto ciò che sapete, scordatevi le vostre esperienze e le vostre sensazioni, qui si riparte da zero! Qua siete sul El Capitan! Qua l’arrampicata diventa un lavoro. Ti svegli la mattina su due metri quadri a 400 metri d’altezza con un cordone ombelicale che ti tiene saldo alla vita. Puoi essere a tuo agio col vuoto quanto vuoi ma questo è un mondo diverso. Qui è esposizione continua, per giorni, non per ore. Qui l’arrampicata è portarsi appresso acqua, cibo e pure la casa. Sì perché su questa via quando sei in sosta ti ritrovi sempre appeso e quindi per dormire ci portavamo appresso due portaledge. Significa passare le giornate ad attrezzare e lavorare tiri e poi solo al calar del sole, col sopraggiungere della notte tentare di percorrere le lunghezze in libera, un po’ come ha fatto Michele col sesto tiro, una dulfer di 5.12c. Peccato che il suo tentativo si sia concluso con un volo di almeno dieci metri. Toccherà rimandare la libera all’alba della mattina seguente.

Col passare dei giorni in parete ci siamo creati la nostra routine: sveglia di prima mattina, difficoltosa fuoriuscita dal sacco a pelo e conseguente tuffo nel saccone alla ricerca della colazione, sorso di whisky e via si riparte a jumerare…ah no, non prima di una capatina alla toilette: più facile a dirsi che a farsi. Atto non così semplice da descrivere né tantomeno da vivere ma che ha regalato momenti di ilarità a tutto il gruppo. Niente più scuse, è giunto il momento di scalare: dieci/dodici ore di lavoro durante le quali ogni cordata si sarebbe data da fare sulla sezione di sua competenza. Solo dopo il tramonto ci si ritroverà tutti assieme sul nostro loft con vista, chi senza più la pelle dei polpastrelli lasciata sugli appigli tentando la libera, chi con le braccia svuotate dalla lotta con le off width e chi ucciso dalle ore passate a salire e scendere sulle fisse issando sacconi e materiale. Cenetta frugale a suon di liofilizzati comprati a peso d’oro in quel di Yosemite, scambio di opinioni sulla giornata, le impressioni e gli spaventi, cicchetto di whisky per augurarsi una buona notte e poi tutti a rintanarci dentro i sacchi per la notte.

 

 

Ora non immaginatevi sei eroi solitari su una parete arcigna e sperduta intenti a lottare contro le avversità della natura. Cioè, la parete era sì arcigna ma tutto l’eroismo finisce qua. In un mese più o meno 28 giorni di sole a scaldarci le chiappe mentre stavamo appesi, qualche centinaio di metri di corde fisse a tenerci collegati a terra e un discreto via vai di gente sulla via, con tutti i pro e contro che ne conseguono. Della serie che è capitato ci fosse un bel macello alle soste, tra sacconi vari, tendine e longe intrecciate da tutte le parti. E’ anche vero però che senza le altre cordate per noi sarebbe stata una bella gatta da pelare arrivare in cima; il materiale necessario era ben più di quello previsto quindi ecco istituita una sorta di baratto: le nostre fisse per ritirarsi comodamente dalla parete e in cambio un contributo in materiale, così tanto prezioso per noi quanto ormai inutile per loro. Della serie di necessità virtù.

Ben altra storia la vita al Camp 4 e le giornate a scorrazzare per la valle. Il gruppo, americanizzatosi alla perfezione, appena poggiati i piedi a terra era ben felice di abbandonare la colazione a base di tè e barrette in favore di un più godurioso e ciccione cheeseburger con cafè mocha, tanto caro al buon Max tanto che una volta a casa la bilancia gli sancirà un impietoso e lapidario +4 kg. Niente male per uno che ha trascorso un mese a scalare.

Il campeggio più famoso al mondo è un luogo magico e assurdo, un luogo che ogni appassionato di questo sport dovrebbe visitare almeno una volta nella vita. Tralasciando il fatto che la mattina ti svegli circondato dai più svariati animali e che raggiungerlo al buio è una lotta psicologica tra te e il timore ti vederti di fronte un orso, la cosa più emozionante è la fauna umana che popola questo luogo e la meravigliosa affabilità che la contraddistingue. Ad esempio ti può capitare di incontrare l’unico che ha salito in libera della via che stai provando (Tommy Caldwell) con moglie e figli e finire col passare il pomeriggio a far blocchi con lui, o meglio, vederlo stamparti in faccia con estrema scioltezza passaggi che tu per farli ce ne hai dovuta dare davvero ma davvero tanta. Oppure passare la sera attorno al fuoco a bere birra ascoltando Fravesse raccontarti della nottata passata ad assicurare un certo Adam Ondra nel suo tentativo di salita a vista della “Salathè” o ancora un Sean Villanueva consigliarti di andare assolutamente a provare qualche tiro storico dal nome altisonante come “Alien Roof” o “Separate Reality”, giusto per citarne due. E vuoi non seguire il suo consiglio anche solo per replicare l’iconico scatto di Gullich?

Insomma, Andateci!!!

E se doveste andare in Yosemite e non vi dispiacesse fare boulder, fate come noi, concedetevi una giornata a Bishop. Ah, vi avvertiamo, in tal caso voi e il vuoto sotto i piedi dovrete essere proprio grandi amici perché, a differenza del Capitan, qui non avrete nessuna corda a rassicurarvi ma vi ritroverete comunque ad altezze che non avranno nulla da invidiare alle falesie del lecchese. E altro consiglio, se state scalando coordinatevi con quello a terra che decide di sistemarvi i crash, giusto per evitare di cadergli in testa. Ve lo diciamo solo come monito, non che sia capitato a noi…ovviamente.

 

 

Ma quindi, dopo tutto questo gran parlare arriviamo al dunque e triamo qualche conseguenza; la spedizione oltre oceano ha avuto esito positivo? Si è riusciti a percorrere la via in libera?

Sì e no. Sì perché su 19 tiri se ne sono percorsi in libera la maggior parte, cosa che poche cordate prima di noi sono riuscite a fare, quindi per noi già questo è un esito più che positivo. Sì perché arrivare ad affrontare questa big wall con questo stile rimane una delle nostre soddisfazioni più grandi. No perché comunque per alcuni tiri l’A0 ci è stato d’obbligo quindi non possiamo dire di aver fatto la via in libera. A nostro modesto parere il continuo passaggio in artificiale ha modificato irrimediabilmente la via asportando appigli e rompendone altri. Ciò non toglie che giungerà su questa parete gente più forte di noi, più abile, che si terrà di più o che semplicemente si muoverà meglio e che, ci auguriamo, riesca a passare puliti dove noi ci siamo trovati costretti a barare. A loro porgeremo i nostri più sinceri complimenti.

Per noi questa è stata un’esperienza meravigliosa e totalizzante, capace di metterci a dura prova ma soprattutto di regalarci momenti che difficilmente dimenticheremo. Un grazie va anche a tutti coloro che ci hanno supportato, aiutato ed hanno permesso che questo viaggio si realizzasse, a chi ci ha gentilmente prestato parte del suo materiale, a chi si è fatto in quattro per coprire i turni in palestra come in negozio e anche a chi semplicemente da casa aspettava con trepidazione notizie da questi sei ragazzi oltre oceano.

Maximiliano Piazza

2018-12-01T20:06:35+00:00