MARCO CORDIN E GIOVANNI MELFER IN INVERNO SUL “PESCE”

Tra il 26 al 28 dicembre Marco Cordin e il suo compagno di cordata Giovanni Malfer hanno effettuata una ripetizione invernale della “Via Attraverso il Pesce”, la leggendaria via aperta nel 1981 da Igor Koller e Jindrich Šustr sulla parete sud della Marmolada. Per il 19enne Cordin questa è la seconda volta su questa iconica via, infatti, lo studente trentino era riuscito a salire in libera la via nell’agosto 2017. Una salita effettuata cercando di utilizzare lo stile più pulito, scalando il libera il più possibile e limitando l’artificiale.

 

 

 

qui di seguito il Racconto di questa bellissima avventura:

VIA ATTRAVERSO IL PESCE IN INVDERNALE di Marco Cordin

La temuta ed ambita via “Attraverso il Pesce” ti rimane impressa nella memoria per sempre; si continuano a sognare le sue placche d’argento anche dopo averla salita. Il sogno di scalarla anche in invernale ha preso forma qualche giorno fa insieme a Giovanni Malfer, storico amico e compagno di scalate, grintoso quanto me nel voler perseguire questo obiettivo. Entrambi entusiasti e con la giusta dose di incoscienza, abbiamo deciso di metterci alla prova con un’impresa d’altri tempi, una sfida che si allontana dal mondo moderno dell’arrampicata sportiva e abbraccia l’etica e lo stile di un alpinismo passato, che però sarà sempre in grado di regalare agli alpinisti la sensazione di essere liberi, inebriati, momentaneamente felici, in un mondo lontano dalle convenzioni della vita sociale.

La mattina del 26 dicembre siamo saliti al bivacco invernale del rifugio Falier, abbiamo lasciato il necessario per la notte e abbiamo proseguito verso l’attacco della via battendo la traccia. A fine giornata abbiamo lasciato le corde montate sui primi 120 metri della via, cosicché il giorno dopo avremmo potuto salire fino a quel punto prima dell’alba, al buio, e avremmo cercato di scalare tutti i 18 tiri fino alla cengia mediana con il sole o almeno con una temperatura accettabile.

Il giorno seguente alle ore 8 eravamo in cima alle corde fisse. Una volta riusciti a prendere la fluidità di cordata, abbiamo iniziato a salire rapidamente le stupende placche della parete con difficoltà fino al IX-, nonostante il sacco dell’attrezzatura estremamente pesante da recuperare ad ogni tiro. A metà via eravamo davvero stanchi, due fatiche diverse, ma di pari intensità. Io sentivo la forte responsabilità del capocordata e l’impegno mentale che ne consegue, mentre Giovanni saliva ogni tiro con una velocità notevole che mette a dura prova il fisico. Alle 17, al calare della luce, siamo arrivati in cengia, esausti e felici, ma con due paia di piccozze in meno, cadute in fondo alla parete. È stato un duro colpo per il portafoglio di due giovani alpinisti squattrinati come noi, ma l’adrenalina e la concentrazione non ci hanno dato modo di pensarci più di tanto.

Alle 4:30 del mattino, dopo una fredda nottata a metà parete, ci siamo svegliati in mezzo alla nebbia. Il timore che il brutto tempo ci costringesse a calarci ci ha spinto quindi a partire immediatamente. Nel giro di venti minuti eravamo già in parete con le pile frontali, costretti a scalare con i guanti per il freddo. Nella seconda parte della via le difficoltà sono minori, ma a causa delle condizioni della roccia si scalano lunghi tratti nell’impossibilità di proteggersi. Inoltre, senza piccozze, dovevamo evitare il ghiaccio nella parte inferiore dei camini e scalare gli ultimi metri della via su misto complicato. Da parte mia l’impegno è stato soprattutto mentale a causa delle poche protezioni presenti, mentre Giovanni ha salito rapidamente tutti i tiri al di sopra della cengia nonostante il peso molto importante del suo zaino.

Verso le 13 ho finalmente agganciato l’ultimo moschettone al cordino d’acciaio della funivia in cima alla Marmolada e con Giovanni ci siamo stretti in un forte abbraccio commosso. Sono i momenti come questi che ripagano di tutta la fatica, la tensione e la concentrazione che richiedono queste imprese che non dimenticheremo mai.

 

2019-01-07T12:52:36+02:00