LA PRIMA INVERNALE DELLO SPIGOLO NORD DEL BADILE

COME ABBIAMO LOTTATO SUL PIZZO BADILE

di Pino Negri

 

Il mistero e l’incantesimo delle grandi montagne è stato vinto in epoche remote: attualmente l’alpinismo è diventato un fatto soprattutto sportivo ed agonistico. Si è così dato origine ad una gara di emulazione, con la ricerca di punte vergini o di nuovi itinerari, sempre più difficili, su montagne già esplorate. Ed è di questo passo che si cominciò a mettere gli occhi su vie di grande impegno e sviluppo tracciate nella stagione invernale. Siamo ora a questo tipo di alpinismo, che risiede nel superamento di vie quanto mai difficili nel cuore di quella stagione che vede la natura alpina accumulare alle sue già avverse caratteristiche quelle dei rigori estremi della temperatura e dell’innevamento.

L’attività invernale ha fatto da carosello ad imprese significative: abbiamo la salita della cresta Furggen al Cervino, la parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo per la via Cassin, la Sudovest della Marmolada per la via Soldà, il Grand Capucin per la via Bonatti lungo la parete Est, il pilastro Sudovest del Dru, la Sud della Trieste via Carlesso, la via dei francesi alla parete Nord della Ovest di Lavaredo, la Nord del Cervino, la parete Nord dell’Eiger, il gran diedro della Cima Su Alto, la via Solleder sulla Nordovest del Civetta, la Nord delle Grandes Jorasses per lo sperone Walker, la Sudest alla Trieste per la via Cassin; tanto per citare alcune fra le più importanti.

Da questo copioso elenco di imprese invernali che mi balzano alla memoria, con vivo rammarico non posso registrare la salita invernale alla Nordest del Badile per la via Cassin, impresa che da qualche anno subisce e respinge l’assalto dei più indomiti alpinisti.

Il Pizzo Badile, nelle Alpi Centrali, si presenta con un gigantesco versante a forma di imbuto, con grandi placche granitiche pronte a convogliare l’acqua o la neve verso il centro della parete. Per la Nordest, vinta nel 1937 dai lecchesi Cassin-Esposito-Tizzoni con una memorabile impresa, questa montagna rimane uno degli ultimi problemi dell’alpinismo invernale delle Alpi.

Su questa meta era concentrata la nostra speranza. Mi accordai con gli amici, Aldo Anghileri e Casimiro Ferrari, e venerdì 19 febbraio alle ore 6 eravamo in partenza da Lecco, con l’ambizioso programma di affrontare la Nordest, se le condizioni dell’innevamento ed atmosferiche fossero state affrontabili. Godevamo di giustificata fiducia e cosciente sicurezza. Con noi erano partiti altri due alpinisti lecchesi, che ci avrebbero accompagnato fino ai piedi della parete e che ci avrebbero aiutato a portare del materiale. Il giorno seguente alla nostra partenza altri due compagni avrebbero preso la nostra strada per portarci ancora del materiale, che prevedevamo di impiegare in modo copioso.

Casimiro, Aldo ed io avevamo già percorso le ciclopiche e levigate piode della Nordest nella buona stagione, anzi Aldo, a soli 17 anni, l’aveva salita in quinta ascensione solitaria.

Conoscevamo la struttura della roccia, la ben disposta successione di cenge, diedri, canali e strapiombi, che, mentre li stai superando, ti fanno provare le crude sensazioni della …paura e del brivido unite alla gioia della conquista e della vittoria.

 

 

Viaggiamo in auto verso Castasegna, posto di confine, e quindi verso Bondo. Giunti nel paesino elvetico rintracciammo la custode della capanna Sasc Fura del Club Alpino Svizzero, e chiedemmo se qualcuno ci precedeva all’attacco al Badile. La risposta fu accolta con gioia: nessuno era arrivato prima di noi. Da Bondo ci portiamo verso la parete; la giornata si sta sempre più rabbuiando verso il crepuscolo, quando arriviamo e decidiamo di sostare per la notte a 500 metri dall’attacco della via.

Salendo da Bondo avevamo notato che altre tre persone erano sulle nostre piste, ma non eravamo riusciti ad individuare chi fossero. Ci fermiamo e piazziamo due tendine per cinque persone: sono tende che già servirono alla spedizione “Città di Lecco” al Mount McKinley.

Ci accingiamo a prendere sonno, ma questo avviene dopo parecchio tempo, perché i nostri pensieri corrono alla lotta dell’indomani, ed in particolare al responso che ci darà la vista della Nordest quando la luce del giorno ci consentirà di vedere. Fuori il cielo è sereno, il freddo intenso: questo ci conferma che il pericolo di scariche in parete potrà essere affrontabile.

Al mattino, appena svegliati, constatiamo che perdura il bel tempo, e subito decidiamo di portarci all’attacco della nostra parete. Mentre spiantiamo le tende, giungono presso di noi i tre alpinisti che avevamo scorto nel salire il giorno prima. Riconosciamo in loro dei milanesi, volti conosciuti, e ci scambiamo le impressioni sugli obiettivi reciproci: anch’essi puntavano alla Nordest.

Era la mattina del 20 quando avevamo davanti ai nostri occhi la maestosa parete, che non riuscivamo a dominare con lo sguardo, e davanti a tutto ciò che individuammo, per forti motivi …invernali, sebbene a malincuore, decidemmo di rimandare questo tentativo. Anche i tre milanesi alla vista delle difficoltose condizioni indietreggiarono al bivacco invernale della capanna Sasc Fura.

La triste realtà dell’amarezza della rinuncia colpì sensibilmente il nostro morale; una chimera lungamente vagheggiata rispondeva negativamente alle nostre ambizioni. Discutemmo un po’ sul da farsi, e in perfetto accordo decidemmo di dare scalata allo spigolo Nord del Badile, salita meno impegnativa, ma anch’esso invitto nel periodo invernale. Nessuno di noi aveva percorso questa via nella buona stagione, però conoscevamo il tratto terminale, per averlo percorso all’uscita della Nordest, tratto che ormai tutti seguono.

Ai primi albori del giorno seguente, domenica ore 6,30’ – siamo ai piedi dello spigolo Nord:

scartiamo il materiale che abbiamo in avanzo, e che sarà riportato indietro dai nostri compagni. Iniziamo la salita percorrendo un tratto di nevaio lungo ben 200 metri; la sua pendenza non è molto sostenuta, e sul tratto non eccessivamente impegnativo, ascendiamo disposti con Casimiro a capocordata, Aldo in centro ed io in chiusura, formazione che non cambieremo più. Siamo ora praticamente sullo spigolo vero e proprio, e qui hanno inizio le difficoltà. A questo punto ci sentiamo in collegamento radio con i nostri amici lecchesi rimasti sotto. Il tempo intanto volge al brutto.

Proseguiamo senza mai doverci impegnare a fondo; la difficoltà più grossa consiste nell’individuare i chiodi che segnano la via, perché sono coperti dal ghiaccio e dalla neve ghiacciata. Siamo ormai nel tardo pomeriggio e stiamo superando un forte strapiombo che vinciamo con difficoltà. È necessario usare numerosi cunei di legno, ed in queste lente manovre il freddo ci combatte più insistentemente, rendendoci le mani rigide e le ossa intirizzite. Superato questo tratto ed un altro piccolo strapiombo, giungiamo su un comodo posto di bivacco. Qui però, per poterci sistemare e piazzare una tendina da bivacco, dobbiamo sgomberare molta neve con le piccozze. Mentre ci predisponiamo per la notte all’addiaccio, incomincia a cadere del fitto nevischio, che, adagiandosi, sulle nostre spalle, sembrava volesse schiacciare la nostra volontà.

Dobbiamo passare la notte in luoghi dove, specialmente in questo periodo, la natura ostacola ogni forma di vita, ma siamo quassù anche più vicini al creato ed a Dio. Impregnati di freddo, ci riscaldiamo assieme alla minestra che stava sul fornelletto, mentre il pensiero che il tempo peggiorando ulteriormente potesse eventualmente mettersi contro ci tormentava insistentemente. Il duro giaciglio di granito, col freddo che ci avviluppa le ossa, ci fa passare una notte insonne. In bivacco la notte è interminabile: sembra che il tempo si sia fermato, mentre nella quiete assoluta non si avverte più nessuna sensazione. Provo con l’esperienza diretta il micidiale freddo di questa zona, non paragonabile ai bivacchi che già affrontai in Dolomiti nel Civetta. Così nessuno dorme e nessuno parla, ci abbandoniamo ai nostri pensieri, ma siamo sempre uniti moralmente uno all’altro. Pensavo che giù sotto la Capanna Sciora sarebbe stato l’angolo più confortevole del mondo per passarvi la notte. Lì avremmo piacevolmente avuto la sensazione del calore al riparo delle intemperie ed il meritato riposo per una dura fatica.

Il mattino troviamo cinque centimetri di neve fresca che copre il ghiaccio vivo, ma il tempo era diventato sereno e ci permette la salita. Siamo ancora lontani dalla vetta, e prevediamo che l’ascensione sarà esasperata dal disagio del freddo e della neve accumulata sul ghiaccio nelle anfrattuosità della roccia, intasando gli appigli.

Aldo accusava dei dolori agli arti inferiori: erano le tossine della fatica.

Mentre guadagniamo in altezza e le difficoltà dell’arrampicata si attenuano, il rischio di essere colpiti da principi di congelamento ci intimoriva e i nostri pensieri si dilatavano in forma sempre più ossessiva.

Malgrado i nostri sguardi fossero in quei momenti un po’ offuscati da ansie che non ci rivelavamo l’un l’altro, abbiamo modo di vedere il Cengalo, la Costiera del gruppo delle Sciore, rischiarati da un debole sole: ma questi raggi non si posano a Nord dove siamo noi.

Proseguiamo ed intravediamo il Colle di Cengalo. È da questa altezza che abbiamo una conferma di quanto sia stata saggia la nostra decisione di non affrontare la Nordest: la parete erogava scariche verso il centro ad intervalli discontinui, noi l’avevamo sotto gli occhi.

Il freddo gelido ci alterava il fisico e ci flagellava il volto segnato dalla fatica, le mani livide presentavano su di me e su quelle di Aldo delle bollicine, sintomi lievi di congelamento. Continuiamo a cambiare i guanti, acceleriamo i tempi: si deve arrivare in vetta prima della sera. Erano le cinque della sera del lunedì quando con sincronismo di voci eslamiamo: “Siamo in cima!”. L’obelisco in vetta al Pizzo Badile si presenta arabescato di ghiaccio.

 

Casimiro Ferrari e Pino Negri in vetta al Pizzo Badile

 

Siamo felici, ma non c’è tempo per gli abbracci e le manifestazioni di gioia. Con uno sforzo mi riconduco alla realtà del momento: dobbiamo scendere perché lo stato fisico in cui ci troviamo è veramente preoccupante. Dalla vetta vediamo il rifugio Gianetti, dove più tardi avremmo festeggiato la nostra scalata brindando, euforicamente contenti…

Scendiamo a 200 metri dalla vetta: sono le ore sei della sera, il buio ci ha colto un’altra volta e dobbiamo piazzare inevitabilmente la tenda in una cengietta. Si decide di dare dentro alle provviste rimasteci, ma mentre siamo tutti intenti nei preparativi, inavvertitamente facciamo fuoriuscire dal fornello il poco alcool che ci era rimasto: così

dobbiamo mangiare tutto semifreddo e semicotto. Questo non è l’unico guaio che io e Aldo combinammo: infatti, mentre Casimiro dormiva ignaro nel sacco a piuma, causammo lo scoppio della macchinetta ad alcool, che per poco, a quasi 30° sotto zero, non mandò in fiamme la nostra povera tendina!

La notte mi sembrò ancora interminabile: mi sentivo battere i denti dal freddo e martellare le mani. Anche la fame rappresentava un vero tormento. Dormire è impossibile: sento Aldo lamentarsi e allora lo chiamo per parlare di tante cose, di cose recenti e passate che scopriamo in fondo alla nostra memoria, e per ritornare poi inevitabilmente nell’analisi dei recenti avvenimenti.

Al mattino riprendiamo la discesa, e verso mezzogiorno giungiamo al rifugio Gianetti, storditi ed esausti, con la speranza di trovarvi aperto il bivacco invernale, che ci appare bello ed accogliente ai nostri occhi come non mai. Pensiamo che qui potremo trovare qualcosa da mangiare, ma ahimè! tutto è chiuso. Nel frattempo era arrivato il sole a riscaldarci, ma il congelamento ci aveva colpiti e le mani ci battevano dolorosamente.

Troviamo semiaperta una finestra del rifugio e noi la sfondiamo del tutto: vandali per fame! Se non avessimo potuto passare dalla finestra ci saremmo infilati dal camino. Mangiammo tutto quello che trovammo al rifugio. A San Martino di Val Masino passeremo dal custode Fiorelli e spiegheremo l’accaduto.

Riprendiamo la faticosa ed interminabile discesa, resa ancor più pesante dalla neve molle, scendendo di buona lena verso i Bagni del Masino. Nella marcia verso valle ci imbattiamo nei nostri amici lecchesi che avevamo lasciato in Alta Val Bondasca ai piedi del Pizzo Badile, prima di darne inizio alla scalata.

È un momento indescrivibile, tanto profonde sono le sensazioni generate dall’incontro: è la calda eterogeneità degli alpinisti che si manifesta. Scendiamo fino alle vetture ed alle ore 19 eravamo al tepore delle nostre case. Io e Aldo saremo poi ricoverati all’ospedale per curare un principio di congelamento alle mani.

Sullo Spigolo Nord del Badile abbiamo vissuto ore intense: sono queste sublimi impressioni sensitive che formano i ricordi più belli nella vita di ogni alpinista, e la soddisfazione di questi momenti ripaga ampiamente di ogni fatica, sacrificio e sofferenza, affrontati per raggiungere la vetta.

 

2019-01-23T09:43:43+00:00