CERRO MANGIAFUOCO, INTERVISTA AL RAGNO DI LECCO LUCA SCHIERA

Abbiamo riportato qualche tempo fa la notizia dell’apertura della via “l’Appel du vide” da parte di Luca Schiera e Paolo Marazzi sul Cerro Mangiafuoco, ma eravamo curiosi di sapere qualcosa in più su quest’ultima spedizione dei due ragni di Lecco nello Hielo Norte. Così abbiamo deciso di contattare Luca (che al momento si trova ancora in Patagonia) e di porgli qualche domanda.

 

  • Ciao Luca, innanzitutto Campo de Hielo Norte… Cosa vi ha fatto scegliere questa destinazione per la vostra spedizione?

L’idea di andare in quella zona è nata in Patagonia un anno fa. Quando avevamo visto una foto del Mangiafuoco sul American Alpine Journal scattata da Gabi Fava, un forte alpinista Argentino. Dato che lui era a Chaltén siamo andati direttamente da lui a bussare per chiedere informazioni sulla logistica e le pareti. Ovviamente ci sarebbe servito qualche mese per organizzare tutto ma avevamo pensato subito di andare a vedere. In realtà era dalla prima volta che ero stato in Patagonia che mi chiedevo perche oltre alle classiche due/tre zone non c’è molto altro di conosciuto per scalare. Altre montagne chiaro che ci sono, ma è l’approccio è molto più complicato.

 

  • Come l’anno scorso avete scelto un obiettivo lontano dalle classiche pareti che circondano El Chalten, come e quanti giorni avete impiegato a raggiungere il vostro campo base?

Si attraversa un lago di 20km in barca, poi valle Soler a piedi o a cavallo per 25km, poi ghiacciaio Nef altri 30 e poi sei sullo Hielo Norte a 1600m di quota. Il primo giorno non siamo riusciti a salire la prima parte della valle a cavallo perché il gaucho con cui eravamo d’accordo non si è presentato, però ci ha depositato qualche giorno dopo il resto del materiale che non abbiamo portato in spalla. Dopo un primo giorno da 10 ore a piedi sotto il sole, abbiamo tentato il secondo giorno di salire sullo Hielo ma era davvero troppo lontano, dopo 8 ore siamo arrivati a un campo avanzato sulla morena del ghiacciaio Nef. Il terzo giorno siamo saliti sullo Hielo con tempo bello e vento fortissimo, poi siamo scesi e due giorni dopo siamo tornati indietro fino a trovare miracolosamente il deposito lasciato dal gaucho. Non abbiamo fatto in tempo a riposare che ha iniziato a piovere forte così siamo rimasti bloccati in tenda per 5 giorni. In totale abbiamo fatto poco meno di 200km a piedi e 20 abbondanti di torrente.

 

 

  • La Patagonia è famosa per il suo meteo inclemente, e spesso costringe gli alpinisti a lunghe attese. Siete stati fortunati con le finestre di bel tempo?

Dicembre sembrava esserci spesso bel tempo, ma noi siamo arrivati a gennaio. La prima finestra l’abbiamo persa ma è stata fondamentale per vedere la parete e capire che tattica utilizzare. Poi le previsioni sembravano sempre per il brutto ma in pochi giorni è cambiato, con un giorno e mezzo perfetto, subito dopo è tornato il vento e la pioggia forte e siamo scappati.

 

  • Una volta vista la parete come avete scelto la linea da seguire? Era come vi aspettavate?

La via è lo spigolo est, l’unica linea che abbiamo visto bene la sera prima della salita dato che il tempo era troppo brutto per vedere la parete interamente. È stata una buona scelta perché ci sono molte zone con fessure cieche sulla parete di fianco, anche se ci piaceva di più. All’alba abbiamo visto che si poteva accedere da un canale al colle poi siamo partiti a comando alternato su terreno misto abbastanza ripido ma mai troppo liscio. Scalavamo bene e la temperatura era salita subito, al contrario della volta precedente che era molto freddo. A metà, dove sembrava fosse più facile, abbiamo faticato a trovare una buona via fra le creste di neve e delle torri di roccia ripida da salire con scarponi. Più avanti, il muro finale di solido granito con le tre fessure larghe che vedevamo da sotto, e poi la cima.
Ci aspettavamo vari incastri di corda in doppia ma miracolosamente è andato tutto liscio e siamo riusciti a scendere fino al ghiacciaio Nef la notte stessa.

 

 

  • Avete chiamato la montagna che avete salito Cerro Mangiafuoco, come mai questo nome?

Mangiafuoco è un nome che ha scelto Paolino, dato che le altre montagne hanno nomi di personaggi di fantasia volevamo tenere lo stesso tema. Mastro Geppetto non ci sembrava poco adatto.

 

  • Durante una spedizione non va mai tutto come da programma… avete avuto qualche contrattempo o è filato tutto liscio?

All’inizio abbiamo ritardato di almeno una settimana perché il gaucho non poteva accompagnarci, abbiamo fatto un giorno e mezzo in più a piedi per cercare di recuperare tempo (abbiamo comunque perso la migliore finestra di bel tempo). Pensavamo di dormire in truna sul ghiacciaio ma era decisamente impossibile, troppo lontano e tempo troppo brutto per trasportare il materiale. Mi sono ribaltato nel torrente con il canotto e ho perso in un solo colpo tutta l’attrezzatura più preziosa, presa al volo da Paolino subito dopo.

 

 

  • Siete ormai una coppia ben rodata, ma trascorrere un mese sempre con la stessa persona alla fine può creare attriti… come è andata la convivenza nello sconfinato Hielo Norte?

Come ogni buona coppia di lungo corso abbiamo capito quando è il momento di scherzare e quando essere seri, il 70% delle volte funziona tutte le volte.

 

  • Ultima domanda, hai qualche aneddoto o episodio divertente che è successo in questo mese da raccontarci?

La tenda supertecnica da campo avanzato comprata in un supermercato di Coyhaique per 15 euro, non si poteva chiudere ma era leggera :-).

 

2019-02-15T10:29:42+02:00