LA VIA DEI RAGNI PER DELLA BORDELLA E LANZETTA

Appena rientrato in Italia dopo due mesi passati in Patagonia, il presidente dei Ragni di Lecco Matteo Della Bordella racconta gli ultimi giorni passati in Argentina, nei quali insieme a Nicola Lanzetta ha salito la Via dei Ragni sulla Ovest del Cerro Torre. La via aperta nel 1974 da Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri ha fatto conoscere a tutto il mondo il gruppo Ragni (essendo considerata la prima ascensione indiscussa della montagna più iconica della Patagonia).

 

“È vero che è passato già un po’ di tempo, ma non è facile parlare di questa nostra ultima salita, quando dopo 10 giorni di isolamento dal resto del mondo, torni alla civiltà e ricevi una notizia che pesa come un macigno: quella di Daniele e Tom. All’inizio proprio non mi uscivano le parole su quanto avevamo appena fatto. Daniele per me era un’amico e penso lo fosse anche per molti di voi, che in questo momento condividono con me l’angoscia ed il dolore per quello che è successo.

In ogni caso è doveroso chiudere il racconto della nostra spedizione che fortunatamente ha avuto un esito un po’ inaspettato ma senza dubbio positivo.

L’obiettivo di questa seconda parte di viaggio era quello di scalare la mitica Via dei Ragni al Cerro Torre, per un film al quale sto lavorando da due anni insieme al regista svizzero Fulvio Mariani e che avrà come tema il personaggio di Casimiro Ferrari e le sue salite.

La Via dei Ragni al Torre, aperta nel 1974 da un folto gruppo di Ragni di Lecco, ha reso famoso il gruppo Ragni in tutto il mondo e ad oggi è ambita e corteggiata da tutti i migliori alpinisti del mondo. Matteo Bernasconi, nel 2009, aveva effettuato insieme a Fabio Salini la prima ripetizione italiana della via e mi aveva parlato a lungo di questa salita come una via bellissima di ghiaccio in un ambiente surreale e mozzafiato.

Il nostro piano originario per questa salita era quello di formare due cordate distinte: la prima composta da Matteo Pasquetto e dal cameraman Jonathan Griffith, la seconda composta dal sottoscritto e dall’amico e alpinista sardo Nicola Lanzetta, figlio di Mimmo Lanzetta, il quale era uno dei ragni che aveva partecipato alla mitica spedizione del 1974 pur senza raggiungere la cima del Cerro Torre.

Purtroppo dal momento della nostra partenza a El Chalten una serie di eventi sfortunati hanno condizionato in modo significativo la salita: dapprima il brutto tempo che ci ha colti durante l’attraversamento del Col Standhardt, quando una vera e propria bufera Patagonica, con vento e neve senza sconti, si è scatenata su di noi. Il vento era talmente forte che abbiamo dovuto rifugiarci in un crepaccio per trovare un riparo dove passare la notte, tutti bagnati ed infreddoliti. Il giorno successivo il tempo e le condizioni non erano certo propizie per la scalata e così abbiamo camminato 7 ore fino al rifugio Gorra Blanca dove avremmo potuto trovare un riparo e recuperare le energie.

Arrivati al rifugio le cose sembrava si fossero sistemate fino a quando da un momento all’altro il nostro fornelletto ha deciso di smettere di funzionare. Inutile sottolineare che per salire il Cerro Torre il fornello è un elemento tanto importante quanto l’imbrago o i ramponi, ovvero imprescindibile, perchè senza di esso non puoi sciogliere la neve e quindi bere. Così, senza quest’ultimo il nostro cameraman Jonathan Griffith ha preso la decisione di ritornare al paese di El Chalten. Qualche ora più tardi, quando già tutti avevamo perso le speranze, in modo del tutto casuale, un amico argentino, Martin Lopez Abad, arriva al nostro stesso rifugio e si offre di lasciarci il suo fornelletto per la salita. I miei occhi incrociano quelli di Nicola e ci intendiamo al volo: si riparte verso il Cerro Torre. Purtroppo essendo saltata ormai la cordata con Jonathan Griffith, e non essendo del tutto convinto del nostro piano un po’ azzardato e delle condizioni della via, Matteo Pasquetto decide di ritornare a El Chalten.

Dopo tanti eventi sfortunati finalmente le cose sembrano andare per il verso giusto… arriviamo sotto il Filo Rosso alle 2 di notte e dopo esserci concessi qualche ora di sonno, prepariamo il materiale per la salita. È il 26 febbraio e le condizioni della via sono buone e ci permettono di procedere veloci scalando per lo più in conserva. Tuttavia il tempo non si è ancora sistemato e pur essendo ancora ad un altezza relativamente bassa, tira un vento forte che non ci dà tregua e ci permette a malapena di salire verso l’alto. Non abbiamo nemmeno con noi la tenda e siamo entrambi preoccupati all’idea di dover bivaccare con quel vento, che ovviamente abbassa la temperatura percepita di parecchi gradi. A un certo punto Nicola si ricorda che Mario Conti (anch’egli presente al El Chalten) gli aveva raccontato di un crepaccio proprio sotto l’elmo che durante la spedizione del ’74 gli aveva fornito un perfetto riparo. Con tutto il mio stupore, a 45 anni di distanza, ritroviamo lo stesso crepaccio e ci infiliamo al suo interno, scappando così dai turbini di vento che ormai ci sbattevano come in un frullatore.

L’indomani ripartiamo verso l’alto con le prime luci dell’alba. Il vento non ci molla, ma forse è un po’ meno violento del giorno prima. Ripercorriamo le varie fasi della salita dei Ragni del ’74 delle quali avevo tanto sentito parlare da Mario Conti ed altri amici: prima il tiro dell’elmo, poi Nicola conduce i tiri di misto fino alla base della famigerate Headwall, un muro di ghiaccio verticale di 50 metri. Ad ogni tiro ci stupiamo di quanta arditezza e coraggio avessero avuto Casimiro Ferrari, Mario e gli altri Ragni del ’74 a salire da quella linea con le attrezzature di allora e con condizioni ben più difficili. Per noi la scalata anche al giorno d’oggi resta tanto bella ed elegante, quanto impegnativa e talvolta psicologica; ogni tiro pensiamo possa essere il nostro ultimo perchè se il vento si alzasse ancora un po’ arriverebbe a spostarci ed a rendere impossibile la nostra salita verso l’alto.

Alle 14 siamo a due tiri dalla fine: Nicola monta le alette di metallo sulle picozze e conduce il psicologico ed improteggibile penultimo tiro della via, dove la tenuta della picozza non è data dal conficcarsi dalla becca nel ghiaccio, bensì dal fatto che queste “alette” di metallo facciano presa sulla neve circostante.

Arriviamo sotto il fungo finale ed ho giusto il tempo di alzare lo sguardo prima di ripartire senza esitazioni. Sento la vetta vicina, ma anche i muscoli del corpo stanchi: la mia picozza fa una buona presa sulla neve dura e compatta, tuttavia il tiro è perfettamente verticale e per 40 metri e non riesco a piazzare nessuna protezione. La cosa mi preoccupa un po’ e cerco di testare bene la tenuta della picozza ad ogni colpo e riposare bene le braccia prima bel bloccaggio successivo. Con la dovuta calma, in 40 minuti sono in cima quando mi ritrovo immerso nella nuvola e nel nevischio.

 

 

Un enorme sentimento di soddisfazione e felicità invade tutto il mio corpo, ripenso a quando fino a 2-3 anni fa odiavo scalare su ghiaccio e neve e vedo l’aver salito questa via in buono stile, come il termine di un percorso personale di crescita e di sfida in un genere di scalata che avevo sempre ritenuto non fosse il mio. Arriva anche il mio amico Nicola, camminiamo fino alla cima del Cerro Torre e ci abbracciamo forte. Penso anche a quanto possa essere felice e soddisfatto lui, dal momento che salire questa via era il suo grande sogno fin da quando era bambino e suo papà gli raccontava di questa montagna.

È stata un esperienza indimenticabile e sono orgoglioso di averla condivisa con un grande amico ed alpinista come Nicola, penso che il fatto che avessimo entrambi delle motivazioni molto forti sia stata proprio la chiave del successo anche in mezzo a molte difficoltà che ci siamo trovati davanti.

Grazie ancora per averci seguito e supportato durante questo lungo viaggio e grazie a Matteo Pasquetto che è stato un socio eccezionale e con il quale non vediamo l’ora di tornare l’anno prossimo verso il nostro grande progetto sul Torre!!

2019-03-11T10:40:02+01:00