Di Federico Magni

Ci sono voluti più di quarant’anni prima che qualche altro alpinista riuscisse a venire a capo dei problemi della Sud del Nupste, dopo la spedizione inglese-nepalese che aprì la prima via lungo la complicata bastionata. Ci riescono i russi nel 2003 con Valery Babanov e Yuri Koshelenko che dopo aver salito il pilastro Sud-Est raggiunsero la cima del Nuptse est (7.804 metri).

Il 21 settembre 2003 i due russi, con una piccolissima spedizione, piazzano il campo base e cercano la linea di salita.

“Il pilastro sud-est, nella sua parte bassa è formato da un granito chiarissimo, ghiaccio e neve. Il primo bastione sembrava piuttosto precario con parti di roccia pronte a crollare, ma in alto appariva come un monolite tagliato che prometteva un’arrampicata aerea ed estetica”, scrive Yuri Koshelenko nella sua relazione. “L’abbiamo soprannominata La torre di Dio, perché rappresentava la struttura di granito più perfetta che avevamo mai visto, ed era sicuramente stata opera del Creatore. La cresta però era invece caratterizzata da masse di neve inconsistente e brusche strutture di ghiaccio. In mezzo funghi di neve difficili da aggirare”.

I due decidono di acclimatarsi attrezzando la parte bassa della via.

Il 15 ottobre sono già a 6.900 metri. La prima parte viene attrezzata con le corde fisse. Da quel punto in poi avrebbero dovuto procedere in stile alpino. Il primo tentativo arriva il 20 di ottobre, ma il tempo, rimasto instabile anche durante la prima parte di spedizione dà loro subito del filo da torcere. Il vento iniziò a soffiare fortissimo già da 6.500 metri e a 6.900 li costrinse a ritornare indietro.

Scendono al campo base e decidono di proseguire fino a Deboche per trascorrere del tempo a bassa quota dopo un mese già trascorso sulla montagna. Ritornano al campo base il 27 ottobre e lo ritrovano ricoperto di neve. I giorni successivi affrontano un “calvario psicologico”.

“Risalendo una delle corde fisse mi sono accorto che a circa tre metri da dove mi trovavo era stata danneggiata probabilmente da un masso ed ero appeso a solo due sottili trefoli. Così ho deciso di sganciarmi e salire in arrampicata libera il passaggio. Poco dopo ho visto un enorme masso staccarsi improvvisamente e precipitare in direzione di Valery. Non lo vedevo in quel momento ma doveva trovarsi proprio lì. Poco dopo sento Valery gridare qualcosa di incomprensibile. Era vivo. Il masso gli era passato accanto. La montagna stava giocando con noi”. Il giorno successivo raggiungono i 6.900 metri per la terza volta.

“La cresta sud est da quel punto in poi si dissolveva in una lama interrotta da rampe di neve e ghiaccio fino a una torre finale. A quel punto dovevamo pianificare l’attacco decisivo. Per essere in grado di muoverci velocemente dovevamo abbandonare buona parte di quello che avevamo negli zaini. A quel punto avevamo con noi solo una tenda, materassino, due bombole e un fornelletto, té, un kit di medicinali, zucchero, quattro paletti da neve, cinque viti da ghiaccio, sette chiodi, alcuni nuts, dieci moschettoni e due corde da sessanta metri”.

Raggiungono i 7.225 metri attraverso pendii di ghiaccio e neve interrotti da parecchi crepacci. A quel punto si trovano nelle condizioni di dover affrontare un primo bivacco senza sacchi a pelo: “Eravamo in due sul materassino, pressati come sardine nel tentativo di scaldarci. Ma il freddo penetrava lo stesso dentro i nostri corpi e il gas funzionava male per via della scarsità di ossigeno. Abbiamo trascorso la notte senza dormire e prima di riprendere la salita ho dovuto fare diversi esercizi per riprendere la circolazione del sangue”.

2 novembre, la seconda notte a 7.450 metri è ancora più dura della precedente. Durante il giorno i due si ritrovano ad affrontare grandi difficoltà appena sopra la torre. Viste da lontano sembravano fattibili. Una volta lì i due devono lottare duramente per riuscire a passare. Così alla sera sono molto provati. E’ il 2 novembre e la seconda notte a 7.450 metri è ancora più dura della precedente. Babanov inizia ad accusa i sintomi di una febbre.

“In quella situazione il senso di amicizia era ancora più forte. Dovevamo prenderci cura uno dell’altro per riuscire a continuare e dovevamo fidarci ciecamente l’uno dell’altro. Alle 6 del mattino eravamo pronti per uscire nonostante le due ultime notti ci avessero tolto le energie vitali. Eravamo pronti per lottare”.

Alle 8.40 riprendono a risalire un tratto attrezzato in precedenza: “Per tutto il giorno ho avuto la sensazione che fossimo in tre. Una sorta di presenza che ci ha accompagnato per tutto il tempo durante la scalata”.

Dopo aver affrontato alcuni passaggi Babanov decide di abbandonare lo zaino. Per superare i tratti più complicati devono affrontare alcuni traversi su misto con passaggi di M4-M5. I due individuano una via che segue una cresta sottile fino alla parte finale di roccia.

“Da quel punto vedevamo solo roccia e niente di più. Niente che assomigliasse a un piano. Eravamo più o meno a 7.700 metri. Vedevamo le altre cime del Nuptse alla nostra altezza. Era un momento critico. Tutti e due avevamo dei dubbi. Eravamo in alto, ma la cima sembrava inaccessibile. Andare oltre significava arrampicare di notte con chissà quali conseguenze se avessimo commesso un errore. Vento e freddo erano potentissimi. Non riuscivamo a tenere le mani al caldo ed era ormai chiaro che la notte avrebbe peggiorato le cose”.

E’ a quel punto che Babanov chiede al compagno se è il caso di continuare: “Sei in grado di tornare indietro senza aver raggiunto la cima?”. “La domanda era già la mia risposta”.

I due si guardano negli occhi, si calmano e decisero di proseguire.

“C’era ancora quella presenza nella nostra decisione”.

Scelgono di seguire una linea a sinistra verso la cresta. Il sole sta per scomparendo all’orizzonte e il buio avanza velocemente mentre puntano a una specie di couloir.

“I nostri corpi rispondevano automaticamente, usando tutte le esperienze fatte in vent’anni di alpinismo. A un certo punto ho trovato Valery sulla cresta. Assomigliava a un grosso uccello con le ali lunghe e nere con il cielo scuro alle spalle. Alla cresta vera mancavano circa 60 metri. Quando siamo arrivati lassù il vento si è impossessato di me come se fossi solo in mutande. Oltre un rigonfiamento potevamo vedere la piramide dell’Everest. Eravamo vicino al successo. La cima sembrava lì a pochi metri. Continuammo Valeri davanti e io appena dietro. La vista della cima mi aveva impressionato. La luna non era piena ma la sua luce era appena sufficiente per illuminare tutta quella vastità. Con l’Everest e il Lhotse e il Tibet. I nostri corpi avevano sofferto così tanto ma il nostro spirito era così appagato. Erano le 8.30 di sera. Era il momento di pensare alla discesa. Rischiavamo i congelamenti ed eravamo esausti”.

Durante la discesa i due non riescono a trovare il punto in cui avevano abbandonato lo zaino. Sono le 12.30 a.m quando raggiungono la tenda a 7.450 metri. E’ il 3 novembre. Un’altra notte senza sacchi a pelo stretti uno all’altro. Al mattino poco dopo l’alba i due continuano a scendere e raggiungono i sacchi a pelo abbandonati a 6.900 metri alle 2 del pomeriggio. Dormono e quando il 4 novembre si risvegliano si sentono completamente esausti. Raggiungono il campo base alle 5.30 del pomeriggio.

“Mi ricordo di non aver provato gioia. Per diverso tempo siamo rimasti in bilico fra la realtà e un sogno. Una salita notturna a una cima vergine di un quasi ottomila è una situazione piena di incertezze, soprattutto durante il ritorno. Eravamo in un sorta di livello di alta meditazione, con la possibilità concreta di un eventuale non ritorno. Per noi quella scalata è stata la prova delle nostre capacità, ma soprattutto l’armonia fra la direzione dello spirito e la sua trasposizione in un mondo fisico”.