Da Stile Alpino #35

L’arrampicatore che ha cambiato l’arrampicata in Italia ha quasi 60 anni, come ti senti oggi sapendo che sei un pezzo di storia?

“An pomo do pomi na cesta de pomi e te ga sess’antani” (una mela, due mele, una cesta di mele e alla fine hai sessant’anni) scrisse qualcuno! E non c’è niente di più vero. Non lo so se sono un pezzo di storia, ma di sicuro mi sento come uno di 60 anni che nonostante tutto deve solo riconoscere la fortuna di averli raggiunti. Purtroppo non li ho raggiunti integralmente dal punto di vista fisico perché la mia non è stata un’accurata vita sportiva, ma tutt’altro. Le ultime salite che ho fatto (vedi “Pinne gialle” e “il Mattino”) sono decisamente scalate che non hanno niente di così difficile dal punto di vista della difficoltà pura. Ma non potendo più allenarmi erano le sole cose che potevo permettermi. In queste salite la parte mentale è predominante soprattutto se non sei supportato fisicamente, perché anche se non eccessivo il rischio c’è più che altrove.

Ci racconti gli anni de “Il mattino dei maghi” e la storia della via ?

Era il periodo nel quale ancora rifiutavo categoricamente i chiodi a pressione, ma era anche lo stesso nel quale avevo intuito nuove possibilità di scalata. Avevo iniziato ad affacciarmi a pareti che prima non avevo mai considerato. Erano le falesie. Credo sia stato un momento importante che ha segnato la fine di un periodo. Su questa via ho messo il mio primo chiodo a pressione e l’ho fatto perché andare avanti senza niente su quella parete era oltre le mie possibilità. Anche se poi l’ho avvertito come una sconfitta. Fino a quel momento per me l’arrampicata era salire dal basso il più possibile in libera, e il meno possibile protetto. Dopo il “Mattino” niente fu come prima. Dalla fine degli anni settanta ai primi anni ottanta, in un attimo c’è stata quasi una lacerazione generazionale. Le cose sono completamente cambiate. La “sportività” dell’arrampicata con la sua mancanza di rischio ha accelerato i progressi e la sicurezza ha portato alla ricerca sistematica dei limiti fisici. Il semplice fatto di non rschiare di morire ogni volta che si provava a scalare era di per sé notevole. Il “Mattino”, se non fosse per quelle rare protezioni, se visto in un’ottica attuale è una difficoltà che per un normale atleta potrebbe essere addirittura ridicola. (Oggi le ragazzine di 15 anni fanno il 9a). Anche se 35 anni fa per com’è stata salita, concepita e per la difficoltà che aveva raggiunto poteva essere, se non la più difficile, sicuramente fra le più impegnative in Europa. È una storia ormai lontana anni luce e nemmeno ripeterla potrebbe essere sufficiente per provare a comprenderla. L’arrampicata è cambiata come il mondo intorno a noi e avvicinarsi a quella dimensione non è facile. Forse nemmeno tentare on sight, perché il livello ormai è così elevato che non potrà mai più essere la stessa cosa. Anche se dai segni della magnesite che ho trovato sul percorso sembra che nemmeno questo interessi. Eppure sarebbe l’unico modo per rispettare e avvicinarsi a un’idea che ha portato ad un cambiamento storico. Il problema di questa salita non è la forza, e la resistenza necessaria è ridicola. Bisogna però tener presente che è difficilissimo integrare le protezioni, se si rispetta la linea di salita (io non ci sono riuscito). E per la prima parte bisogna quindi affidarsi alla qualità di quei tre vecchi “pressionelli”.

Quando hai iniziato a scalare avevi 17 anni, non avevi alcuna cultura alpinistica e non sapevi spiegarti questa “voglia di scalare” che ti sentivi dentro. Oggi, a distanza di anni, riesci?

No, è davvero molto difficile comprendere perché e come un ragazzino completamente a digiuno di alpinismo e di cultura alpina, cresciuto in un mondo di totale assenza da tutto ciò, avesse dentro così prepotentemente la voglia di cambiare il modo di scalare e ci sia anche riuscito. Forse è stato possibile proprio solo per questo. E’ avvenuto semplicemente rincorrendo i sogni e la libertà di farlo senza nessun’altro scopo se non per me stesso.

Pochi mesi fa (settembre 2014 nde)  hai liberato in stile trad una tua via, “Pinne Gialle”, immagino la grande soddisfazione. Ci descrivi questa via e da dove è nata?

È semplice, in quella falesia ho risolto molte delle mie prime impegnative salite in libera come la “Turini” o il “Gran Diedro”, ancora negli anni 70. Ma soprattutto questa parete è stata importante perché è stata una delle prime ad avvicinarmi concretamente alla falesia. L’ambiente tutt’altro che alpinistico, addomesticato dalla abbondante chiodatura, ha contribuito molto a comprendere le reali possibilità. Era divertente scalare sempre ai limiti delle proprie possibilità senza rischiare di precipitare, anche se ancora non rientrava nei miei interessi. Ci sono sempre ritornato curioso perché quel genere di scalata l’ho sempre trovato interessante, molto particolare e soprattutto assolutamente gentile per chi non ha molta forza. Perché l’arrampicata su quei muri appoggiati è soprattutto tecnica e di sensibilità. Una linea l’avevo lasciata per il futuro, ma quando mi sono riavvicinato a quel progetto il futuro mi aveva sorpassato. Ero reduce da quasi tre anni consecutivi di seri infortuni e salirla trad come l’avevo sempre immaginato l’avvertii troppo pericoloso. Il timore di infortunarmi ancora era piuttosto elevato perché la parte più impegnativa della via corre inclinata e parallela al “Gran Diedro”, e ogni volta che voli puoi sbatterci contro. Inoltre, la consapevolezza che la forma fisica che avevo perso non era ormai più raggiungibile mi ha portato a una decisione prudente e diversa. Non sono riuscito a rinunciare, mi piaceva troppo. Quella linea elegante, forse con un po’ di fretta ho voluto salirla egualmente, ma in un modo decisamente più sicuro. Mettendo gli spit. La rapidità con la quale ho poi liberato la via mi ha fatto riflettere sulla decisione presa e la voglia di provare senza gli spit mi è ritornata. E così è stato. Appena Andrea de Giacometti (che mi aveva aiutato a chiodarla e la stava provando) l’avesse salita, sarei ritornato a provare senza gli spit. Dopo la sua prima ripetizione ho tolto gli spit e l’ho salita trad. È da specificare che non tutte le protezioni sono state inserite durante la salita, perché alcune sono piuttosto strane da posizionare e data la mia scarsa abilità nel farlo (era la prima volta che provavo un tiro di quella difficoltà in quello stile) quella serie di micro nuts centrali li trovai davvero molto molto difficili da inserire. Trovo sia una linea fantastica, molto particolare e se devo essere sincero nemmeno così impegnativa, ma l’arrampicata è strana e diversa. Molto di piedi e di sensibilità dove può succedere di trovare tutto semplice, ma basta irrigidirsi un attimo per vedere tutto completamente diverso. Quando provavo la via con la sicurezza di una corda dall’alto la difficoltà mi sembrava quasi irrisoria, ma partire dal basso con quel diedro costantemente e pericolosamente vicino, quando le dita non potevano più stringere gli appigli e dovevo semplicemente abbandonare tutto il mio peso sui piedi, le cose diventavano diverse. Anche perché il tiro chiave è lungo quasi 50 metri.

Pinne Gialle, foto Davide Carrari

Spesso dichiari che per risolvere molte vie è una questione di sensibilità, e che il tuo modo di scalare è dettato da un tuo modo di sentire la roccia sotto le dita. Credi che siano le nuove tendenze arrampicatorie verso il “sempre più strapiombante” o cos’altro che fanno perdere il controllo di questa sensibilità?

Credo che ci siano alcune vie dove la forza fisica non può compensare completamente una mancanza di scioltezza e sensibilità. A volte è solo una questione di esercizio come altre cose e credo possa essere utile a tutti per fornirsi di un bagaglio più completo che potrebbe fare la differenza in uno stallo di valori fisici.

Una volta mi hai detto che preferisci di gran lunga la qualità alla quantità e che per te la cima (di una montagna o di un tiro) è una conseguenza e non un obiettivo. Credi che la tendenza si sia invertita?

Forse è solo una percezione personale, ma in questa società la qualità a volte mi sembra sia qualcosa ormai a rischio di estinzione. Non so se questo stia succedendo anche nell’arrampicata, spero di no. C’è stato un notevole cambiamento nel mondo dell’alpinismo. L’evoluzione ha creato l’arrampicata libera che è poi diventata sportiva e ora sta diventando olimpica. E va bene così. Ci sono così tante possibilità di viverla anche oltre l’aspetto agonistico da aver solo l’imbarazzo della scelta… l’importante è che non diventi “prigioniera”.

Cosa scatta in un arrampicatore quando non riesce a liberare una via?

Non saprei, credo reazioni diverse che potrebbero essere di sprono, di accettazione, di consapevolezza, ma perfino di frustrazione, di rabbia e d’invidia.

Credi che la frenesia che fino a qualche tempo fa apparteneva solo alle città si stia pian piano insinuando anche tra le pareti rocciose?

Non sempre e non ovunque, ma è indubbio che ormai per ovvi motivi numerici i cittadini siano in maggioranza. Anche l’arrampicata e l’alpinismo sono figli del proprio tempo che cambia e si sposta, ma non necessariamente è sempre la parte peggiore che lo fa. E se lo fosse è solo uno specchio di quello che siamo.

Chi ti guarda scalare si accorge immediatamente che entri in una dimensione a cui pochi possono accedere, è un dialogo tra te e la roccia: il tuo stile unico e le vie che scegli sono simili a danze verticali, da conquistare a ogni passaggio. I riflettori non hanno mai fatto differenza per te. Hai qualche rimpianto a riguardo? O preferisci sempre e ancora la libertà di fare quello che vuoi?

Non lo so. Abbiamo tutti dei modi diversi di scalare, come correre o sciare. E non è sempre detto che sia sinonimo di efficienza. Potrei fare un esempio. L’importante nella scalata sportiva è arrivare prima e il più in alto di tutti senza cadere. Nello sci l’importante è arrivare al traguardo più veloci degli altri e senza cadere… Il talento che qualcuno ha ereditato dagli dei (e non è un gran merito) non sempre basta per andare oltre. Non è sufficiente muoversi bene e veloci in modo elegante per arrivare in alto. Così come non basta essere centrali e perfettamente in assetto sugli sci per fare un buon tempo. È importante certamente, e forse è la cosa più difficile da raggiungere, ma non basta. Bisogna aggiungere reattività, coordinazione, potenza, resistenza e forza mentale. Un campione lo si può costruire, un fuoriclasse nasce. Ho visto arrampicatori fortissimi con potenzialità fisicamente enormi incapaci di sfruttarle forse proprio per quella mancanza tecnica che a volte, anche se non sembra, è importante. Quell’aspetto “tecnico” (e con questo non voglio dire che non ci voglia tecnica a salire uno strapiombo) non lo possiamo allenare facilmente come la forza. Sempre paragonando lo sci potrebbe essere come avere innate doti di scorrevolezza e solo chi non le ha può capire quanto difficile sia acquisirle. Sono stato fortunato, incosciente e forse a volte anche coraggioso, ma ho fatto delle scelte con consapevolezza e quindi non devo avere rimpianti. Certo non è stato sempre facile, alcune sono state quasi costrette dalla vita, ma se ho rinunciato a qualcosa è stato proprio per continuare ad avere questa libertà.